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"Il vento soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va" (Gv. 3,8)
Playdoyer per Jean Paul Sartre.
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2009

 

Plaidoyer per Jean Paul Sartre

Un Papa del novecento, ha affermato - rifacendosi a S. Giustino martire - che sono da considerare nel novero di coloro che hanno cercato Dio e si sono a Lui volti, tutti quelli che, anche non credenti o atei, hanno ricercato la Verità.
Jean Paul Sartre è senz’altro da includere tra questi.
Lo inscrive tra questi la sua onestà intellettuale da tutti, amici e nemici riconosciutagli.
Lo inscrive tra questi l’unione con Simone De Beauvoir, compagna di tutta una vita.
Lo inscrivono tra questi i vissuti “forti” della sua vita, quali la prigionia nei campi di concentramento nazisti, insieme a religiosi e sacerdoti che furono suoi amici.
Lo iscrive la sua lotta al nazifascismo, partigiano tra i partigiani.
Lo inscrive il suo ateismo sempre aperto ed in cerca del dialogo: io sono esistenzialista ed ateo - diceva Jean Paul - , ma, spiegava, l’ateismo non è condizione imprescindibile all’esistenzialismo.
Il suo non è l’ateismo ad es. di un Machiavelli che auspicava di veder finalmente la fine di questi scellerati preti.
E’ l’ateismo di chi, pur riconoscendo di aver “a volte vissuto come se Dio ci fosse”, non riesce ad avere la forza della fede.
Anche se l’argomento non costituirà l’oggetto della dissertazione presente si è pertanto ritenuto opportuno considerare brevemente alcuni punti della rivelazione per comprendere la giusta collocazione rispetto ad essa di alcuni concetti sartriani fondamentali.
Già nell’antico testamento, a Mosè che gli chiedeva di mostrargli la Sua Gloria, Dio aveva risposto: trovati il tale giorno, alla tale ora, nel tale luogo.
Io verrò, poserò la mia mano su di te e con essa ti coprirò, quindi passerò e poi leverò la mia mano e tu potrai vedermi di spalle, perché non è possibile all’uomo vedere Dio e restare in vita.
E’ quanto ribadito nel N.T. da Gesù stesso - il quale a Tommaso che gli chiedeva mostraci il Padre e questo ci basta - risponde: Tommaso, come puoi tu dire mostrami il Padre? Chi ha visto me, ha visto il Padre.
Ribadiscono questo i teologi più eminenti, ci rifacciamo per tutti a S. Tommaso d’Aquino, il quale tanto nella Somma filosofica, quanto nella teologica ribadisce che “non ci è dato nella nostra condizione di viatori, in alcun modo di vedere Dio”; Dio è accessibile solo attraverso la Rivelazione con la fede.
D’altro canto, tutta la Rivelazione e la teologia considerano quale massimo peccato dell’angelo, come dell’uomo, quello di costituirsi a fondamento di sé, il celeberrimo “eritis sicut Deum” con cui satana si volge all’uomo.
Dunque, per la Rivelazione, l’uomo non può porre il suo fondamento in sé, né, per sua natura, può conoscerlo, se non appunto attraverso la Rivelazione con la fede.
La riflessione filosofica di Jean Paul, che prende spunto da un grande approfondimento della psicologia e da quella del pensiero di Husserl ed Heidegger, giunge a conclusione del tutto analoga:
La struttura dell’uomo è tale che egli non può porsi a proprio fondamento; di più, per sua stessa natura gli è impossibile la comprensione di un essere che possa porsi quale fondamento di sé; d’altra parte l’uomo, per sua natura, anela a questo fondamento più che ad ogni altra cosa.
L’anelito a Dio di Agostino.
Jean Paul Sartre si ferma qui.
Qui si ferma la filosofia.
Qui non si ferma S.Tommaso d’Aquino, uomo di grande fede sin da bambino, ma prosegue proprio con la sua fede, guardando alla Rivelazione.
Jean Paul non riesce in questo passo, si ferma, se avesse continuato avrebbe fatto teologia.
Se ci fermiamo qui con Jean Paul, allora l’uomo è colui che non può darsi un fondamento né concepire un essere che possa farlo, ma che tende, che anela più di ogni altra cosa, proprio a ciò, l’uomo è la passione a questo, una passione infinita e destinata a restare eternamente tale perciò “una passione inutile”, perché propria della sua struttura, l’uomo stesso è questa passione.
L’uomo è “una passione inutile”.
Un Dio mancato.
Ma il Dio mancato è fuori dal peccato dell’angelo, dalla superbia di voler essere o farsi Dio.
Non vuole essere ciò che non è, né farsi ciò che non è.
Vuole essere solo ciò che è.
Sa di essere ciò che è.
Ne è cosciente.
E’ questo il suo esistere.
E’ malinconia#.
Ma questa stessa struttura dell’uomo è ciò che implica per sé stessa la libertà e la responsabilità e quindi la morale.
E’ la conclusione de “L’Etre et le Nèant” ed insieme il volgere alla sua prosecuzione ideale: i “Cahiers pour une morale”.
Da credente, ritengo sia uno degli aspetti fondamentali della filosofia di Jean Paul.
La libertà e, aggiungo, la gratuità è la conditio sine qua non, l’implicazione più radicale, dell’amore: l’amore impossibilmente è coercizione, la libertà e la gratuità sono ciò che gli è radicalmente intrinseco.
La libertà è il fondamento del rapporto d’amore con Dio ed il prossimo.
E’ quanto considera anche la Chiesa, la quale pone la libertà come condizione imprescindibile di tutti i sacramenti, e sancisce, in difetto di essa, la nullità degli stessi.
Un sacramento è un atto d’amore, la sua consacrazione.
La posizione di Sartre è poi ancora parallela a quella di Tommaso:
L’uomo - che non può porsi come Dio, né, per sua natura può, in questa condizione di viatore conoscere Dio - proprio per questa sua natura è tale da implicare una legge, da averla inscritta proprio in questa natura: è quello che S. Tommaso chiama diritto naturale.
Jean Paul, come Tommaso, si distacca dal relativismo etico.
Se ci fermiamo con Sartre, otteniamo anche la stessa spiegazione dei teologi circa la tentazione di Satana all’uomo: questi infatti l’avrebbe tentato circa la sua pasione intrinseca - la sua “passione inutile” - il suo fondamento, sapendo che l’uomo per sua natura non poteva darsene e che perciò porgliene uno equivaleva ad alienare l’uomo a sé stesso ed a Dio.
Se, adesso, guardiamo all’Husserl de “La crisi delle scienze moderne”, o al Marx de “Il capitale” possiamo chiederci se questo non sia proprio ciò che certa scienza, tecnica ed economia, abbiano, almeno in parte, già fatto.
Husserl, anzi, proprio ne “La crisi …” ci mostra che a tal fine non è neppure necessario porre un fondamento o, un altro fondamento, basta semplicemente già cambiare l’ “intenzionalità” dell’uomo, e questo, almeno per le scienze, il fenomenologo dimostra essere abbondantemente accaduto.
Ma, il mutamento dell’ “intenzionalità” è eo ipso un mutamento teleologico.
Jean Paul, dal canto suo, già ne “La nausèe” (Gallimard, Folio, 2004 pp. 178 e seguenti) aveva dimostrato che il rapporto tra la cosa, l’idea, e la parola è già una falsificazione dell’esistente.
Sono significative poi due caratteristiche del pensiero di Sartre:
a) la direzione del suo movimento, dallo psicologico - interiore - ovvero dal personale delle opere giovanili, all’altro, al relazionale, al sociale delle opere successive.
b) la sua non superficialità.
Il movimento introspettivo è assai significativo, esso infatti è il moto primo della conversione, ad es. di Agostino.
Quello di Agostino è “soggettivo, disamina le proprie azioni, quello di Jean Paul, partendo dal soggetto disamina la persona, la sua condizione esistenziale, va dal soggettivo all’oggettivo.
Quella disaminata - è importante - è la realtà della persona relazionata, e sono celeberrime le pagine di “L’ etre et le néant” dedicate proprio alla relazionalità.
E’ la nascita dell’interesse al sociale che si concreterà nelle due “Critique de la raison dialectique”.
Vi nasce anche il dissidio con l’amico Albert Camus le cui posizioni sono più individualiste e che - stranamente - molti cristiani ritengono più “cattolico”, laddove le posizioni di Sartre sono immensamente e radicalmente più aperte, anzi espressamente dirette verso il prossimo, l’oppresso, la giustizia sociale, e non solo a parole, cito uno tra tanti fatti: la partecipazione diretta ed in prima persona, alle lotte degli operai della Rénault.
La direzione di questo movimento della filosofia di Sartre, dal personale, al sociale, avviene partendo dall’analisi della normalità, della “situazione”, lasciando la superficie e volgendo in profondità, alla ricerca del significato, del senso dell’esistenza.

 

 

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