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Dejà vu: il crollo delle democrazie in Europa tra le due guerre e l'avvento dei nazifascismi. Di nuovo?
post pubblicato in diario, il 16 maggio 2009

Dejà vu: il crollo delle democrazie in Europa tra le due guerre e l'avvento dei nazifascismi. Di nuovo?


 

Tra gl'anni venti e gl'anni trenta del Novecento in ben sedici Paesi d'Europa le democrazie o pseudo tali crollano lasciando il posto ad altrettante dittature di estrema destra.
Allora quest'avvento fu determinato dalle grandi crisi economiche degl'anni venti e poi degl'anni trenta, si ricordi il celebre crollo di Wall street del '29.
Anche lì l'origine fu una speculazione finanziaria disastrosa, il fallimento di grandi banche e di interi settori produttivi dell'economia. Se la si esamina in dettaglio, la situazione di allora mostra analogie terrificanti con la situazione attuale. Se si guarda alla tipologia politica degli Stati di allora - siamo nel 1918 ed è appena terminata la prima guerra mondiale - c'è qualcosa che balza subito agl'occhi: le potenze vincitrici sono caratterizzate dall'essere tutte connotate da governi di tipo democratico: il modello britannico è ritenuto l'esempio del parlamentarismo; gli Stati Uniti si considerano il modello della libertà; la Francia è la madre della dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Di contro sono crollati i regimi autoritari: sono caduti gl'Asburgo in Austria - Ungheria, gli Hohenzollern in Prussia, gli Zar in Russia e sta per crollare il sultano ottomano.
La fine della guerra e la vittoria sembrano dunque coincidere con la vittoria della democrazia e del liberalismo.
Nei Paesi sconfitti non c'è solo la "sconfitta", c'è insieme la eliminazione del vecchio sistema e dunque l'instaurazione di nuovi.
Il crollo dell' autoritarsimo corrisponde però al crollo della "morale" di quei sistemi, al crollo valoriale.
Valori vecchi non sono più, e ci sono valori nuovi, ma paradossalmente istituiti dalla sconfitta, ossia sebbene valori democratici e liberali, imposti con la forza.
Giustamente Arthur Koestler osservava: "La quantità di libertà politica che un popolo può conquistare e conservare dipende dal suo grado di maturità politica. La capacità di un popolo di governarsi democraticamente è dunque proporzionale al suo grado di comprensione della struttura e del funzionamento del corpo sociale. Solo così possono realizzarsi un'opinione pubblica pluralista, partiti politici e programmi differenti."
La libertà è dunque una conquista - dura e difficile - della coscienza, non è né può essere un'imposizione.
Essa è qui la conquista che mancava, è l'imposizione coatta, sanzione tra le sanzioni della sconfitta.
La libertà e la democrazia imposte sono fragili e debbono portare pesi pesanti: ricostruire le devastazioni della guerra, ricostruire economie, costruire coscienze e Stati nuovi.
La libertà che è necessariamente anche economica perché altrimenti è solo presunta, si trova qui da un lato la giusta aspirazione alla propria autonomia, dall'altra i conti con i danni di guerra e le crisi grandi ed interne anche dei Paesi vincitori.
La risultante è allora il nazionalismo economico, padre di quello politico, entrambi nemici della libertà e della democrazia.
Ancora la democrazia è figlia della libertà di coscienza, che non è arbitrarietà ma - come giustamente sottolineerà Jean Paul Sartre - responsabilità.
A questa però la cosienza si forma.
Qui la coscienza non si è potuta - né voluta - formare, gliela si è imposta e perciò subito l'ha identificata con lo sfascio della sconfitta, della crisi e del crollo.
La coscienza ha perciò identificato la libertà non con la pienezza dell'agire responsabile, ma con l'arbitrarietà e perciò con l'immoralità, identificando paradossalmente l'immoralità dell'autoritarismo precedente con "il" valore.
L'esito del mixing è micidiale: ovunque trionfa la tendenza a difendere gelosamente la ricchezza e la produzione nazionali; le classi dirigenti incolpano d'ogni cosa i Paesi stranieri e gli stranieri, liberandosi d'un sol colpo di tutte le responsabilità e fornendo all'opinione pubblica il capro espiatorio della malvagità altrui, semplicissima spiegazione delle disgrazie interne; molto spesso le minoranze - ad es. gli ebrei - o gl'operai stranieri sono presi di mira dai nazionalisti ben decisi ad eliminarli dal mercato del lavoro.
Si sovraeccita la xenofobia ed il ripiegarsi di una nazione su sé stessa appare l'unica necessità salvifica.
Si hanno così le prime dittature nell'Europa degl'anni venti: in Ungheria (con Nicolas Hothy), nel '22 in Turchia (con Mustafà Kemal) ed in Italia (Benito Mussolini), nel '23 in Spagna (Primo de Rivera), nel '26 in Portogallo (Antonio Salazar) Polonia (Jozef Pilsudski),  e Lituania (August Voldemaras), nel '28 in Albania (Ahmed Bey Zogou), nel '29 in Jugoslavia (Ante Pavelic).
Si continua nel decennio successivo: '33 Germania (Adolf Hitler), '34 Estonia, Lettonia, Bulgaria e nel '38 la Romania.
Se sostanzialmente similare è l'origine di questi regimi, similare è anche la connotazione del loro psichismo.
Non più il razionalismo del XIX secolo che aveva originato le dottrine democratiche rivolgendosi con la dimostrazione logica alle coscienze, ma l'antagonista oscuro di essa: l'irrazionalismo.
Nel "Mein Kampf" Hitler scrive: "Non è stata l'intelligenza che spacca il capello in quattro a tirare la Germania fuori dalla miseria; la ragione vi avrebbe sconsigliato di seguire me e soltanto la fede ve l'ha ordinato. L'istinto occupa il posto più alto e dall'istinto nasce la fede. Gl'intellettuali vanno di qua e di là come galline in un cortile; con essi è impossibile fare la storia né usarli come pilastri dell'umanità."
Il fascismo fa appello non all'intelletto ma a forze oscure considerate come naturali: l'istinto, la razza, il sangue, la tradizione.
Cerca di risvegliare sentimenti primari come l'entusiasmo delle folle, la collera dei vinti, l'indignazione delle vittime, la paura, il disprezzo, il rifiuto della diversità.
Come propulsore si rifiuta la ragione, il pensiero, al suo posto si colloca l'azione: si promettono fatti concreti, non parole speciose, le virtù virili (ce l'hanno duro, una misura e mezza etc.), gl'esercizi fisici, l'avventura, il pericolo - ci si sbeffeggia del pacifismo belante - Mussolini dirà: "Non è a caso che ho scelto a motto della mia vita: vivere pericolosamente".
Le analogie con la realtà attuale sono terrificanti, e - quel ch'è peggio - sono sempre più quelli che invocano e vogliono il ritorno al dejà vu.
francesco latteri scholten.

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