.
Annunci online

"Il vento soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va" (Gv. 3,8)
"Karl Jaspers: la prefazione a "Le origini del totalitarismo" di Hannah Arendt, nuovca traduzione messa a disposizione dei cannonauti e della rete dall'autore."
post pubblicato in filosofia, il 6 luglio 2009

 

C’è qui un incontro, ed è un incontro tra due figure di primo piano della filosofia del Novecento: Hannah Arendt e Karl Jaspers: il maestro e l’allieva.
Il maestro era nato ad Oldenburg nel 1883, era laureato in medicina, considerava suo maestro Max Weber, ed aveva insegnato ad Heidelberg fino al 1937 quando fu cacciato dai nazisti.
La sua opera più importante è considerata “Filosofia” in tre volumi, del 1932.
Hannah Arendt - l’allieva - nasce ad Hannover il 14 ottobre 1906, studia a Marburg, a Freiburg ed infine ad Heidelberg.
I suoi docenti hanno nomi di assoluto spicco: Rudolf Bultmann, Edmund Husserl, Martin Heidegger e Karl Jaspers, con cui si laurea nel 1928.
Nel 1933 fugge dalla Germania Nazista per recarsi a Parigi dove entra in contatto con Koyré, Aron, Sartre, Kojève.
“Le origini del totalitarismo” - la sua opera più nota ed importante - del 1951, una delle pietre miliari del pensiero filosofico-politico del Novecento, è divisa in tre parti: l’antisemitismo (non il semplice odio contro gl’ebrei); l’imperialismo (non la semplice conquista); il totalitarismo (non la semplice dittatura).
Fondamentale è per la Arendt trovare una nuova garanzia per la dignità della persona umana.
Si tratta anche di capire come l’antisemitismo “sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione della fabbrica della morte.”
“Fondamentale è capire, inoltre, che i regimi totalitari basano la loro politica sull’idea del conseguimento del fine ultimo che è la conquista del mondo; e questo fine i totalitari non lo perdono mai di vista per quanto remoto possa apparire, per quanto gravemente le sue esigenze ideali possano contrastare con le necessità del momento.”
Metto qui a disposizione dei cannonauti e della rete una mia traduzione inedita della bellissima e sgnificativa prefazione di Karl Jaspers.

L’editore desidera una prefazione. Non mi nego, sebbene ne arrosisca un po’, quest’opera infatti spiritualmente si rappresenta da sé così magnificamente da non necessitare alcuna perorazione. Può scusarmi in parte però il fatto che l’autrice sia ancora poco nota in Germania.
Si tratta qui di quella domanda che oggi si pone quale più scottante per chiunque pensi: quella sulla svolta storica che mostra nel totalitarismo la più terribile e minacciosa realtà politica e sovrapolitica.
Hannah Arendt ha riconosciuto il nuovo elemento negativo, quello che nel nazionalsocialismo e nel bolscevismo costituisce l’ulteriorità rispetto al dispotismo ed alla tirannide.
Ella ricerca le premesse, le condizioni e le direttive che hanno reso possibile il fenomeno.
Nelle prime due parti si analizzano l’antisemitismo e l’imperialismo nella loro significazione essenziale al totalitarismo. Esse riportano in ambiti vasti di realtà oggi poco note, riconosciute come inerenti la significazione dei fatti. Per capire queste vaste descrizioni bisogna avere la pazienza di leggere il libro per intero. Non è difficile perché quasi ogni capitolo attira immediatamente. Ma senza avere sott’occhio l’intero, si può cadere nel malinteso, sopravvalutando queste analisi storiche, di avere già in esse la cosa stessa tanto l’accuratezza dell’approfondimento vi induce. Perciò forse è bene leggere per prima la terza parte dell’opera perché la genesi è meglio compresa se si conosce già il suo risultato.
La prima parte, assai vasta, tratta esclusivamente dell’antisemitismo, non dei grandi contenuti della storia giudaica, neppure della grandezza del giudaismo tedesco, ma soltanto di quell’antisemitismo di cui è mostrato, a differenza dell’odio antigiudaico, come esso in qualità di weltanschaung politicamente intesa sia un prodotto dell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo. Se si dicesse che qui la questione giudaica è presa troppo sul serio, allora desidero contraddire, soprattutto per noi tedeschi che abbiamo motivo di interrogarci più radicalmente e responsabilmente su queste realtà di tutti gl’altri.
L’opera esige comprensione storica. Essa è elaborata con i mezzi della ricerca storica e dell’analisi sociologica, basando sull’esperienza personale, su una documentazione quasi sconfinata con una ricchezza mirabile di sapere concreto. Ma essa aspira a di più. Essa vuole adoperarsi per la comprensione delle tipologie tanto morali quanto politiche che rendono fattibile l’autoaffermazione dell’uomo in un caos privante di radici e nello stancamento a tutte le opinioni del nostro tempo, le quali cose hanno portato al collettivo del nulla nell’apparato del terrore. Il riflettere insieme a questo testo non purifica soltanto, come l’acquisizione di una nuova concezione filosofica, ma dà l’introspezione per mezzo della quale questa diviene capace di giudizio solo nella realtà politica concreta. Rendendo presente il totalitarismo e la vacuità morale e politica della sua realtà - tenuta in piedi con la finzione ed un apparato travolgentemente efficace nell’inganno al punto da rendere momento allettante persino la conoscenza della menzogna - il libro parla esortativamente all’uomo in quanto uomo.
Per l’autrice non conta il vecchio detto: “Doveva succedere così.”
Le costruzioni delle connessioni di significato che nella storia divengono o possono divenire delle causalità, non sono infatti intese in modo semplicemente necessario.
Infatti, riconosciute, sono revidibili. Appartiene all’uomo e non ad un’oscura causa il proprio destino. Se nelle descrizioni di Hannah Arendt s’insinua la sensazione che le cose siano accadute necessariamente, proprio questo non è ciò che ella pensa.
E’ proprio perché le cose possono avere un decorso diverso, perché l’introspezione chiarisce la modalità del nostro pensare politico e con ciò stesso lo rinnova, che è scritto questo libro.
Esso non dà proposte né programmi, perché chiede solo la comprensione storica.
Esso però vuole agire in quella interiorità, nella quale, al di là dell’arte politica e delle sue motivazioni, si può mutare la condizione morale e politica dell’uomo dalla quale quell’arte stessa trae la pienezza del proprio significato.
E’ per questo che ritengo che l’opera sia uno scrivere la storia in uno stile grande. Lo spirito della verità è all’opera in esso per evincere una comprensione reale, ben sapendo che una comprensione completa ed esaustiva non è conseguibile, ma perciò stesso preparata ad ascoltare motivazioni che operano con fatti concreti. Questo spirito però non giova né all’obbiettività priva di fondamento di infinite indifferenze, né, tautomero all’angustia di un qualche interesse, bensì alla dignità dell’uomo.
Nel libro opera l’alta ragione di una persona che fa esperienza con passione, che non si è tirata indietro di fronte all’estremo, che non chiude gl’occhi là dove è più facile non guardare, che combatte senza scrupoli anche con sé stessa. Questo spirito non si lascia legare da risentimenti o bizantinismi nei confronti di un qualche potere, ma si volge all’amore dell’uomo e del mondo, che - nella conoscenza del terribile - si volge trionfante, e sia pure nelle cose più piccole, ad agire per il meglio, senza restare presa nel semplice sapere.
Il volume è il frutto di decenni di riflessione. Anni prima del 1933 Hannah Arendt vedeva arrivare ciò che io, all’epoca, ritenevo impossibile in Germania. Quando iniziò, nel 1933, ella era cosciente che significasse una metamorfosi d’inaudita profondità. Subito volle vedere e comprendere. Così essa raccoglieva, tra l’altro, ritagli di giornale, la qualcosa portò all’arresto in seguito ad una perquisizione della sua abitazione a Berlino, ed alla fuga dalla Germania dopo il suo rilascio. Anche nelle situazioni più oscure, la sua razionalità, la forza della sua lucidità di spirito, non la lasciava. Del cammino di vita di questa persona amante e razionale, non v’è traccia nell’opera, eccetto che nel modo di pensare del tutto: ogni cosa è presentata in modo semplice e oggettivo, è pura introspezione.
Hannah Arendt ha pubblicato la sua opera inizialmente in inglese a Londra e New York, quando poi lo ha tradotto in tedesco, la sua lingua madre, pur consevando al volume il suo senso originario, lo ha, a seconda delle circostanze, opportunamente completato, migliorato e sintetizzato.
Il fatto che essa si esprima con la stessa originarietà tanto in inglese quanto in tedesco, rende interessante il raffronto delle due edizioni. Naturalmente preferisco l’edizione tedesca. L’inglese è più semplice e breve. Il modo di concepire che ritroviamo in questo libro è genuinamente tedesco ed universale, appartiene alla scuola di Kant, Hegel, Marx ed alla filosofia tedesca, e poi, essenzialmente, a quella di Montesquieu e Tocqueville. E’ una tipologia del pensare connotata da quella magnifica apertura scaturita, spesso, dallo spirito tedesco. E’ per questo che l’opera ritrova la sua espressione più adeguata nella lingua tedesca. In quest’ambito essa può trovare - come spero - una eco ancora più profonda di quanta ne ha sinora trovata nei Paesi anglofili.

Sfoglia giugno        agosto
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca