.
Annunci online

"Il vento soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va" (Gv. 3,8)
"I Templari: la loro fine tra realtà e leggenda."
post pubblicato in attualità, il 17 ottobre 2009
 

Parigi, Anno Domini 1793, 21 gennaio, mattino, Place de la Révolution: il re è portato al patibolo. Il processo è stato una farsa, si trattava infatti non di giudicare - e tantomeno di giudicare un uomo - ma di colpire ed uccidere il re per colpire ed uccidere la monarchia, come affermato sia da Saint Just che da Robespierre: “Gli stessi uomini che si apprestano a giudicare Luigi hanno una repubblica da fondare. Per quanto mi riguarda non vedo una via di mezzo: quest’uomo deve regnare o morire (Saint Just).” “Non c’è, qui, un processo da compiere. Luigi non è un accusato, voi non siete dei giudici; voi siete, voi non potete essere che uomini di Stato e i rappresentanti della Nazione. Voi non avete una sentenza da pronunciare a favore o contro un uomo, ma una misura di salute pubblica da prendere, un atto di provvidenza nazionale da esercitare. (Robespierre).”
Si tratta dunque di “uccidere” una istituzione per dare il suo potere ad un’altra. Così Luigi XVI è ghigliottinato. Qualcuno della folla sale sul patibolo ed urla: “Jacques de Molay è stato vendicato”.
E’ stato sempre a Parigi, questa volta correva l’anno 1314, il luogo era l’ Ile de la Cité, non era mattino bensì il tramonto, non c’era la ghigliottina ma il rogo. Anche qui il processo era stato una farsa, anche qui si trattava non di colpire un uomo ma di colpire in quell’uomo una istituzione per distruggerla e prenderne il potere, qui la ricchezza. L’uomo era appunto Jacques de Molay, l’istituzione era un ordine religioso, quello dei “Poveri Cavalieri di Cristo”. Sul rogo, prima di morire, il Gran Maestro profetizzò la morte dei suoi nemici.
Questi i due fatti storici, le loro differenze, ma anche le loro similitudini e in esse le possibili connessioni. Molto si è favoleggiato, detto e sdetto sui templari. Ci sono accostamenti esoterici, c’è chi li vuole correlati con i Rosa Croce, il Graal, la massoneria e quant’altro. L’Ordine dei “Poveri Cavalieri di Cristo” fu fondato nel 1118 da Ugo di Payen ed altri nove suoi compagni tra i quali Goffredo di St. Omer. Da Baldovino II ebbero in dono una parte del palazzo edificato sull’area del Tempio di Salomon e da qui il nome di “Cavalieri Templari”. La regola dell’ ordine fu approvata nel 1127 da Papa Onorio II. La loro funzione è stata originariamente quella di difendere i luoghi santi ed i pellegrini che vi si recavano. Essa era necessaria viste le realtà contingenti dell’epoca. La fortuna e la disgrazia dei templari sono invero strettamente intrecciate con questo loro servizio. E’ infatti a causa di esso che i “Poveri Cavalieri di Cristo” si sono trovati loro malgrado ed involontariamente a fare una delle più grandi invenzioni di tutta la storia dell’economia: l’ assegno bancario. Chi voleva recarsi in terrasanta e correre qualche rischio in meno poteva recarsi ad una delle capitanerie dei Templari in Europa, depositare il necessario e poi con un assegno ritirarlo in terrassanta o in una qualsiasi altra capitaneria degli stessi. I “Poveri Cavalieri di Cristo” divennero così ricchissimi in breve tempo, ed a questa già pingue ricchezza si aggiunse quella di diversi generosi lasciti a seguito soprattutto del loro valore militare e del loro impegno. Particolarmente importanti furono i lasciti del re di Spagna e del re del Portogallo. A metà del XIII secolo erano immensamente ricchi ed il loro Gran Maestro aveva il grado di principe. E’ in questa grande ricchezza l’origine della loro rovina, accelerata dalla concomitanza di fattori esterni, quali l’ascesa al trono di Francia alla fine del XIII secolo di Filippo IV ed al soglio pontificio di Papa Bonifacio VIII, due uomini le cui concezioni politiche e giuridiche non potevano che cozzare. Il Papa infatti - della famiglia dei Caetani - è un giurista ed un politico che conduce alle estreme conseguenze l’ideale teocratico con l’affermazione solenne della potenza spirituale della Chiesa romana, unica detentrice dei mezzi di salvezza, ed in quest’ottica istituisce il giubileo dell’anno milletrecento e combatte gli “spirituali” che contestavano le tendenze mondane della Chiesa. Il re, mutatis mutandis ha le stesse concezioni: anche qui forte presenza giuridica, al punto di servirsi del diritto romano per elaborarne l’idea della sovranità assoluta. Nel 1296 si giunge così allo scontro tra re e pontefice, l’occasione non poteva alla fine che essere a radice economica e politica, ossia di potere: il re aveva imposto una tassa sui chierici, il papa con la bolla “clericis laicos” aveva vietato la tassazione dei chierici senza il consenso papale. Alle reazioni di Filippo IV, Bonifacio VIII aveva risposto - siamo nel 1302 - con la “unam sanctam” in cui ribadiva la supremazia del pontefice su tutte le potenze della terra. Il re - a sua volta, nel 1303 - aveva fatto catturare ad Anagni da Guglielmo di Nogaret, suo consigliere, il Papa e per oltraggio lo aveva fatto prendere pubblicamente a ceffoni in piena faccia. Il Papa, liberato dal popolo, muore di lì a poco a Roma. Gli succede Clemente V. Dunque, già semplicemente essere dei religiosi e perciò servitori anzitutto del Papa è sufficiente per essere, per Filippo IV, come il fumo negl’occhi. Per i templari nella fattispecie di motivi ve ne sono altri due che trasformano questo “fumo” in una vera e propria spina. A) la loro cospicua ricchezza, per la quale il re si sentiva legittimato ad una altrettanto cospicua tassazione; B) il tesoro francese era nelle mani del re ma era custodito nel Tempio di Parigi, ossia: i Templari erano i depositari, i procuratori e gli amministratori di un conto corrente intestato formalmente al re. Il re aveva cercato di aggirare chiedendo di essere fatto templare onorario, ma gl’era stato negato: un affronto ed uno sfregio. Aveva risposto allora chiedendo al Papa di fondere Templari ed Ospedalieri e di porre il nuovo ordine sotto il controllo di uno dei suoi figli. Jacques de Molay riuscì a far fallire anche questo piano. Il re, questo re, era un uomo dalla mentalità criminale, che, come visto, non esitava a far catturare un Papa ed a farlo pubblicamente schiaffeggiare. Ora, ad un uomo simile non restava che il gioco sporco, un gioco nel quale era molto bravo. Si ricorre alla calunnia ed alla diffamazione e si ha gioco facile viste - anche per invidia - le molte mormorazioni contro i templari, le quali nella Chiesa stessa avevano già dato adito ad Innocenzo III di scrivere la “De insolentia templariorum”. Nella persona di Esquieu de Floyran è trovato l’iscariota di turno. In carcere - condannato a morte - condivide la cella con un templare, ed in cambio dei soliti trenta denari, che in questo caso sono l’impunità e la cessione di una cospicua somma, decide di vuotare il sacco su tutto ciò che questi gl’avrebbe confidato: ossia le mormorazioni sui templari che tutti conoscevano, che sono così trasformate in deposizione testimoniale. Le mormorazioni sono trasformate in prove. Ora, siamo nel 1307, il re ha in mano qualcosa con cui recarsi da Papa Clemente V per chiedere l’apertura di un’inchiesta. Clemente V prima esita, poi acconsente. Sin qui lo sviluppo delle vicende umane, psicologiche, sociali e storiche della vicenda è alquanto lineare. A partire da qui non è più così: ci sono diversi punti che rimangono non chiariti, che perciò danno adito a dubbi, interrogazioni, oscurità e che sono per questo anche adatti ad essere inseriti in congetture, ipotesi, a dar base a miti e leggende. Vediamo. Jacques de Molay, a Parigi, è informato dell’apertura di un’inchiesta sui Templari. Il 14 settembre del 1307 Filippo IV invia messaggi sigillati con l’ordine di arresto in massa di tutti i Templari e di confisca dei loro beni. L’arresto è eseguito venerdì tredici ottobre - da allora “venerdì tredici” - in massa, i templari sono catturati tutti e imprigionati. Poi, sotto tortura, confessano tutti. Il Papa avoca a sé il giudicare i Templari. Il re e Nogaret, trovato un nuovo delatore, Noffo Dei, inscenano in pompa magna un processo contro il vescovo di Troyes con le accuse di sacrilegio, sodomia ed usura, al fine sia di intimorire il Papa, sia di insinuare nell’opinione pubblica che i Templari non possono essere giudicati da chi una Chiesa rea delle loro stesse colpe. C’è così il consenso del Papa ad interrogare settantadue Templari, i quali confermano le confessioni rese sotto tortura. Altri colpi di scena: Clemente V, ottenuta finalmente la custodia dei Templari, li restituisce al re; Jacques de Molay ritratta le confessioni rese, il Papa gl’invia tre cardinali ad interrogarlo per dargli la possibilità di difendersi e lui, il 26 novembre 1309, lo fa con forza rivendicando la purezza e la grandezza del suo Ordine, poi, avvicinato da Guillaume de Plaisans, inviato del re e che lui credeva suo amico, rilascia, due giorni dopo una dichiarazione timidissima e vaga; nell’aprile del 1310 cinquecentocinquanta Templari denunciano le torture subite e difendono l’Ordine, il re e Nogaret li accusano di essere “relapsi” (cioè di negare ciò che già avevano confessato) e cinquantaquattro Templari sono messi a morte, gl’altri ritrattano la ritrattazione e nel 1312 sono rimessi in libertà; nel 1311 il Papa convoca un Concilio a Viennes ma senza ascoltare Molay e sancisce la soppressione dell’Ordine ed il passaggio dei suoi beni agli Ospitalieri, la gestione di tutti i beni è gestita direttamente per conto del re da Marigny. Infine c’è il noto epilogo: il 19 marzo del 1314 sul sagrato di Notre Dame è pronunciata la condanna a vita di Jacques de Molay che risponde - come aveva già fatto Geoffroy de Charnay precettore di Normandia - gridando e strepitando la sua innocenza e quella dei Templari. Il re e Nogaret rispondono immediatamente: la sentenza della condanna al rogo è pronunciata il giorno stesso ed al tramonto all’ Ile de la Cité, Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay sono bruciati. Come si vede a partire dalle vicende del 1307 non si ha più quella linearità che si aveva nella parte precedente della vicenda o, almeno, non la si ha per noi che però gurdiamo partendo da una mentalità profondamente diversa da quella dell’epoca. Certamente, guardata da quel punto di vista la vicenda assume connotazioni diverse che possono forse in parte contribuire ad una spiegazione, come può contribuirvi la considerazione che a partire dal 1309 il Papa si trasferisce ad Avignone ed è perciò certamente anche soggetto all’autorità del re di Francia, così come certamente gioca un ruolo anche la realtà internazionale dell’epoca. Nondimeno rimangono - è vero - diverse perplessità. La più grande: sede del Gran Maestro dell’Ordine era Cipro, da dove Jacques de Molay che deteneva allora quel grado era partito per Parigi per evitare l’annessione agli Ospitalieri, riuscendo. I Templari erano da sempre oltre che degli ottimi strateghi degl’ottimi amministratori e diplomatici. Proprio per questo la criticità della situazione a Parigi ed in Francia, ancor più dopo la “vittoria” diplomatica della evitata annessione doveva essere palese. Lo fu senz’altro dopo l’apertura dell’inchiesta - di cui essi furono informati - ed ancor più dopo l’emanazione dell’ordine di arresto e confisca dei beni. Eppure: nessuno fa nulla, ognuno resta sereno e tranquillo al proprio posto come se niente fosse, anche Jacques de Molay. Si pone qui senz’altro un grosso interrogativo, forse risolvibile da fatti e realtà che la storia ancora non ci ha disoccultato. Certo è la prima oscurità alla quale le altre fanno seguito e che forse potrebbe spiegare anche quelle. E’ questo il “fatto” cui si rifanno coloro che sostengono che la risposta dei Templari sia stata quella di darsi in realtà alla latitanza, all’occultamento: essi sapendo quanto stava per accadere avevano deciso di nascondersi di diventare un “ordine segreto”. Chi sostiene questa tesi si appoggia su altri due fatti: la pochezza dello spessore della personalità di Jacques de Molay - dimostrata da diversi fatti successivi -, non all’altezza di quello che dovrebbe essere anche solo un semplice cavaliere e meno che mai un Gran Maestro. Il che avvalorerebbe l’altro che il Gran Maestro fosse in realtà segreto e che Molay fosse solo colui che ufficialmente veniva presentato per tale. Comunque sia, da qui parte quel filone teorico - ipotetico che finisce per collegare i Templari al Graal, ai Rosa Croce, alla Massoneria etc. Questo filone crea ancor più perplessità ed incongruenze dei fatti storici disaminati. Anzitutto: non esiste nessuna associazione segreta che possa esistere e mantenersi senza un riferimento economico anche cospicuo. Ma le ricchezze dei Templari erano sin dall’inizio accuratamente sorvegliate e contabilizzate dal re che le considerava sue e che erano il fine al quale mirava ed a cui sarebbe anche riuscito ad arrivare. La storia del carro di fieno con alcuni Templari, partito la notte del 14 settembre 1307, una notte di tempesta, che avrebbe in realtà portato un tesoro, è in realtà anch’essa, appunto una storia, che, di nuovo, crea anche qui, molti più impicci di quelli che dovrebbe teoricamente risolvere. In realtà si pone qui come sempre il problema di quali dati o fatti si accettano e perché, come li si connettono e perché, quale metodo si sceglie e perché. Ossia: cosa si crede e perché. Esso si intreccia con quello più radicale di Chi e Cosa siamo, come fa ben notare Umberto Eco, uno degli studiosi che hanno approcciato in modo più serio la tematica dei Templari, seppure in forma di romanzo, ma proprio questa forma consente una trattazione più libera completa ed esaustiva e non per questo meno scientifica. Il romanzo infatti può mostrare anche le realtà sociopsicologiche e bene. La vicenda si apre tra il serio ed il faceto con una goliardata: tre intellettualucoli di serie d - ma non troppo - decidono di mettere insieme a modo loro, ma con verve ed arguzia, i materiali esoterici e non sui Templari, il Graal, i Rosacroce, la Massoneria e di costruirvi un “piano”. Disgrazia vuole che questo filtri negl’ambienti che in queste cose credono davvero e fermamente e, di più che siccome è ben fatto - meglio di molti di quelli che circolano - sia preso sul serio. Lo sviluppo della vicenda porta proprio agl’interrogativi che si stavano considerando. Mi è piaciuta la risposta di Umberto Eco, in uno degl’ultimi capitoli del suo “Il pendolo di Foucault”: “Jesod”. E’ significativa la citazione che apre il capitolo: “La teoria sociale della cospirazione … è una conseguenza del venir meno del riferimento a Dio, e della conseguente domanda: “Chi c’è al suo posto? (Karl Popper).” Ma ecco la risposta, articolata, complessa, profonda: “… Nel nostro gioco non incrociavamo parole, ma concetti e fatti, e dunque le regole erano diverse, ed erano fondamentalmente tre. Prima regola, i concetti si collegano per analogia. Non ci sono regole per decidere all’inizio se una analogia è buona o cattiva perché qualsiasi cosa è simile a qualsiasi altra sotto un certo rapporto. Esempio. Patata si incrocia con mela perché entrambe sono vegetali e tondeggianti. Da mela a serpente per connessione biblica … La seconda regola dice che se alla fine tout se tient, il gioco è valido. Terza regola le connessioni non debbono essere inedite, nel senso che debbono essere già state poste almeno una volta, e meglio molte, da altri. Solo così gl’incroci appaiono veri perché sono ovvi. (…) Così avevamo fatto noi. Non abbiamo inventato nulla salvo la disposizione dei pezzi. Così aveva fatto Ardenti (il personaggio del romanzo che crede nei Templari segreti), non aveva inventato nulla, salvo che aveva disposto i pezzi in modo goffo … Un complotto, se complotto dev’essere è segreto. Ci dev’essere un segreto conoscendo il quale noi non saremmo più frustrati, perché o sarebbe il segreto che ci porta alla salvezza o il conoscere il segreto si identificherebbe con la salvezza. Esiste un segreto così luminoso? Certo, a patto di non conoscerlo mai. Svelato, non potrebbe che deluderci. Non mi aveva parlato Agliè (altro personaggio che crede nei Templari segreti) della tensione verso il mistero, che agitava l’epoca degli Antonini? Eppure era appena arrivato qualcuno che si era dichiarato il figlio di Dio … prometteva la salvezza a tutti, bastava amare il prossimo loro. Era un segreto da nulla? … Eppure quelli, che avevano ormai la salvezza a portata di mano - do it yourself - niente. La rivelazione è tutta qui? Che banalità: e via a girare isterici con le loro liburne per tutto il Mediterraneo a cercare un altro sapere perduto, di cui quei dogmi da trenta denari fossero solo il velo superficiale, la parabola per i poveri di spirito, il geroglifico allusivo, la strizzata d’occhi agli Pneumatici. (…) C’era un tale, forse Rubinstein, che quando gli avevano chiesto se credeva in Dio aveva risposto: “Oh no, io credo … in qualcosa di molto più grande …” Ma c’era un altro (forse Chesterton?) che aveva detto: “da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più a nulla, credono a tutto“. Tutto non è un segreto più grande. Non ci sono segreti più grandi, perché appena rivelati appaiono piccoli. C’è solo un segreto vuoto. (…) Il vero iniziato è colui che sa che il più potente segreto è un segreto senza contenuto, perché nessun nemico riuscirà a farglielo confessare, nessun fedele riuscirà a sottrarglielo. Ora mi risultava più logica la dinamica del rito notturno davanti al Pendolo. Belbo aveva sostenuto di possedere un segreto, e per questo aveva acquistato potere su di essi. Il loro impulso … è stato di carpirglielo. E quanto più Belbo si rifiutava di rivelarlo, tanto più essi ritenevano che il segreto fosse grande … Per secoli la ricerca di questo segreto era stato il cemento che li aveva tenuti insieme … Ora erano in procinto di conoscerlo. E sono stati assaliti da due terrori: che il segreto fosse deludente, e che - diventando noto a tutti - non rimanesse più alcun segreto. Sarebbe stata la loro fine. E’ stato a quel punto che Aglié ha intuito che se Belbo avesse parlato, tutti avrebbero saputo, e lui, Aglié, avrebbe perduto l’aura imprecisata che gli conferiva carisma e potere. (…) E gli altri, per lo stesso timore, hanno preferito ucciderlo. Perdevano la mappa - avrebbero avuto i secoli per cercarla ancora - ma salvavano la freschezza del loro decrepito e bavoso desiderio.” E’ questa risposta di Umberto Eco, che condivido, ciò che lega in modo inestricabile l’esecuzione a Parigi, il 19 marzo del 1314 di Jacques de Molay a quella sempre a Parigi, il 21 gennaio 1793, di Luigi XVI.
francesco latteri scholten.

Sfoglia agosto        novembre
il mio profilo
tag cloud
links
calendario
cerca