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"Il vento soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va" (Gv. 3,8)
Giovanni Paolo II: le ideologie del Novecento dallo stravolgimento del rapporto con il Padre misericordioso nel rapporto hegeliano servo padrone.
post pubblicato in filosofia, il 20 gennaio 2012

"Repetita juvant" e riletture anche. Capita così di riconfrontarsi con uno scritto di Giovanni Paolo II del 1994, "Varcare le soglie della speranza". Hegel, dal quale le ideologie del Novecento sono sorte, nella celebre conclusione dei suoi "Lineamenti di Filosofia del diritto" scriveva: "Per spendere ancora qualche parola riguardo alla pretesa di istruire su come dev'essere il mondo, va detto che, in proposito, la Filosofia giunge in ogni caso sempre troppo tardi. In quanto è il pensiero che pensa il mondo, essa si manifesta nel tempo solo dopo che la Realtà ha completato il proprio processo di formazione e si è assestata. Anche la Storia mostra necessariamente ciò che il Concetto insegna, cioél'idealità appare davanti alla realtà soltanto nella maturità della Realtà, e allora l'idealità si costruisce il medesimo mondo, colto nella sua sostanza, nella figura di un regno intellettuale. Quando la Filosofia tinge il suo grigio sul grigio, allora una figura della vita è invecchiata e con grigio su grigio non è possibile ringiovanirla ma soltanto conoscerla: la civetta di Minerva spicca il suo volo soltanto sul far del crepuscolo." E' stato senz'altro così anche per il Novecento. Soprattutto è stato così anche per quello che è stato il nucleo concettuale del pensiero del Novecento. Nucleo che ora, appunto "sul far del crepuscolo" è ben individuabile, oltre che nel positivismo, soprattutto nella filosofia hegeliana. Destra e sinistra hegeliana si intrecciano, fitte, inestricabili, al positivismo. Ma la direzione, il metodo, l'ordine del procedere e dell'avanzare è dato indubbiamente dalle radici hegeliane delle grandi ideologie del XX secolo. E' da esse che sorgono le grandi tragedie di questo secolo, i regimi totalitari di destra e sinistra, le guerre mondiali, i campi di sterminio. Una grande filosofa del Novecento, Hannah Arendt, ne ha disaminato le caratteristiche e ne ha svolto una analisi accurata nel suo celeberrimo "Le origini del totalitarismo". Il ruolo di "Civetta di Minerva" è toccato però a qualcun altro, qualcuno che certo aveva anche a che fare con la filosofia e che in essa si era cimentato e si cimentava, ma che aveva dovuto cimentarsi anche con altro e non solo con la drammaturgia e la teologia. Qualcuno che aveva dovuto confrontarsi in prima persona con le persecuzioni naziste e comuniste. Qualcuno che quell'ordine di idee sarebbe stato destinato ad abbattere e ad abbattere con esse la guerra fredda, i muri. Soprattutto qualcuno che avrebbe costruito un mondo nuovo, e senza spargimento di sangue: il mondo in cui ci troviamo a vivere: Giovanni Paolo II. L'occhio di Giovanni Paolo II è illuminato certo dalla sua vita, la storia del XX secolo, ma, soprattutto dalla sua grandissima fede. Accade così di cogliere e centrare in pieno il nocciolo della questione, non in una monumentale opera di un migliaio di pagine come quella della Arendt, ma nelle poche pagine dell'ultimo capitolo della sua intervista con Vittorio Messori: "Entrare nella speranza". Il Papa, con l'intuizione e l'illuminazione propria dei Santi osserva: "La Sacra Scrittura contiene un'esortazione insistente a esercitare il timore di Dio. Si tratta qui di quel timore che è dono dello Spirito Santo. Tra i doni dello Spirito Santo, indicati nelle parole del profeta Isaia (cfr. 11.2), il dono del timor di Dio si trova all'ultimo posto, ma ciò non vuol significare che sia il meno importante, dato che proprio il timor di Dio è principio della Sapienza. E la Sapienza tra i doni dello Spirito Santo, figura al primo posto. Perciò, all'uomo di tutti i tempi e, in particolare, all'uomo contemporaneo, bisogna augurare il timor di Dio. Dalla Sacra scrittura sappiamo anche che tale timore, principio della saggezza, nulla ha in comune con la paura dello schiavo. E' timore filiale, non timore servile! L'impostazione hegeliana padrone - servo è estranea al Vangelo. E' piuttosto un'impostazione propria di un mondo in cui Dio è assente. In un mondo in cui Dio è veramente presente, nel mondo della Sapienza divina, può essere presente soltanto il timore filiale." Già Kierkegaard, antihegeliano e credente, aveva fatto presente che nel sistema hegeliano invero non vi fosse posto per l'uomo ed il Novecento sarà tragicamente testimone di quanto profetica fosse questa osservazione. Giovanni Paolo II coglie l'altro aspetto, quello decisivo, sfuggito ad una contemporaneità prevalentemente atea, quello della mancanza in esso di Dio. Eppure il sistema hegeliano culmina in Dio, nella celeberrima ultima pagina dell' "Enciclopedia", Hegel, conclude proprio lasciando addirittura la propria lingua e citando in greco, la definizione di Dio data da Aristotele. E' forse il più grande filosofo italiano del Novecento, Luigi Pareyson, ad aiutarci a comprendere: "Il Dio dei filosofi è il Dio della filosofia oggettivamente, risultato di pensiero diretto. Questo Dio propriamente non esiste: è un puro nome che il filosofo pronuncia invano: un concetto vuoto a cui non corrisponde alcuna realtà ed a cui in ogni caso bisognerebbe dare un contenuto, cosa che non si può fare se non ricorrendo al mito, all'esperienza religiosa, alla fede. Anche per il filosofo dunque, e in genere per tutti, il Dio di cui si parla non può essere che quello della fede, che è il solo di cui si possa parlare. L'esistenza di Dio è oggetto di fede, oggetto di una scelta radicale e profonda e non l'esito di una dimostrazione." Ebbene, il positivismo, specie quello scientifico, ha accecato l'uomo chiedendo la dimostratività di Dio, il celebre "scendi dalla croce e ti crederemo", e la filosofia ha fornito la dimostrazione richiesta. L'esito sono stati sistemi socio politici nei quali oltre a non esservi posto per Dio non vi era posto neppure per l'uomo. Si è così falsificato sia il rapporto dell'uomo con Dio che non è più Padre misericordioso ma Padrone, e, di conseguenza si è falsificato il rapporto sociale interumano. Gl'esiti sono stati quelli terribili di cui sappiamo. Uscire dagli orrori del Novecento, è uscire dalle sue idologie, dal nocciolo di esse: il positivismo e l'hegelismo. Giovanni Paolo II osserva ancora: "L'unica forza in grado di regolare efficacemente i conti con questa filosofia è rinvenibile nel Vangelo di Cristo, nel quale l'impostazione padrone servo si è radicalmente trasformata nell'impostazione padre - figlio. L'impostazione padre figlio è perenne. E' più antica della storia dell'uomo. I raggi di paternità in essa contenuti appartengono al Mistero trinitario di Dio stesso, che s'irradia da Lui verso l'uomo e verso la sua storia. Ciononostante, come si sa dalla Rivelazione, in questa storia i raggi di paterntà incontrano una prima resistenza nel dato oscuro ma reale del peccato originale. Questa è veramente la chiave per interpretare la realtà. Il peccato originale non è solo la violazione di una volontà positiva di Dio ma anche, e soprattutto, della motivazione che vi sta dietro. Esso tende quindi ad abolire la paternità, distruggendone i raggi che pervadono il mondo creato, mettendo in dubbio la verità su Dio che è Amore e lasciando la sola consapevolezza del padrone e del servo. Così il Signore appare geloso del Suo potere sul mondo e sull'uomo; di conseguenza l'uomo si sente provocato alla lotta contro Dio. Non diversamente che in ogni epoca della storia l'uomo schiavizzato si vede spinto a schierarsi contro il padrone che lo teneva in schiavitù. (...) per liberare l'uomo contemporaneo dalla paura (...) occorre augurargli di tutto cuore di portare e di coltivare nel suo cuore il vero timor di Dio che è principio della Sapienza."
francesco latteri scholten.
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