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"La "Ricerca sull'intelletto umano" di David Hume"

La Ricerca sull'intelletto umano di Hume

Hume distingue nella sua ricerca tra "impressioni" caratterizzate da maggior forza, vivacità ed evidenza con cui impressionano la mente che le percepisce, ed "idee", ossia le immagini illanguidite di esse.
I dati originari del nostro conoscere - presupposti dalle idee - sono dunque le impressioni, che si riferiscono solo ed esclusivamente al percepito, non c'è dunque alcuna "cosa in sé".

"... quando analizziamo i nostri pensieri o idee, per quanto esse siano composte ed elevate, troviamo sempre che si risolvono in idee così semplici, da essere copia di una precedente sensazione o sentimento. (...) Possiamo proseguire questa ricerca quanto a lungo ci piaccia; troveremo sempre che ogni idea che esaminiamo è copiata da una impressione simile."

Dal continuo richiamo di idee particolari che presentano aspetti di somiglianza, nasce la funzione di "segno" delle idee, usiamo un solo nome per designarle e secondo questo nome anche le richiamiamo.
Sono dunque "nomi" il tempo (la successione), lo spazio (la coesistenza), la sostanza (la credenza ad un quid reale e persistente a fondamento del variare delle percezioni).
E' - ovviamente - solo un nome anche l' "io".
L'ordinamento e la successione delle impressioni e delle idee sono attuati tramite due facoltà: l' "associazione" e l' "immaginazione".
L' "associazione" connette le idee secondo tre criteri: somiglianza, contiguità, causalità.
Ad esempio tramite l'esperienza coglìamo cose con una certa approssimazione uguali (somiglianza), a questo punto l' immaginazione produce l'idea di uguaglianza assoluta e ce la presenta come se avesse un fondamento oggettivo su cui costruire ad esempio una matematica oggettiva.
Come si vede, abbiamo relazioni di "idee" e "fatti".
Per le prime vale il principio di non contraddizione, mentre per le seconde vale solo l'esperienza.

"Ora tutti i ragionamenti che riguardano questioni di fatto e di esistenza riposano sul principio di causalità.
Abbiamo detto che tutti gl'argomenti riguardanti l'esistenza sono fondati sulla relazione di causa ed effetto; che la conoscenza di questa relazione deriva completamente dall'esperienza; e che tutte conclusioni intorno all'esperienza si fondano sulla supposizione che il futuro sarà conforme al passato. Perciò, cercare la prova di quest'ultima supposizione in argomenti probabili, o in argomenti relativi all'esistenza, è evidentemente muoversi in un circolo ed accettare come sicuro proprio ciò che è il punto in questione."

In realtà la celebre critica del filosofo inglese alla oggettività del principio di causalità, nasce dal fatto che, così com'egli l'ha definita, la causalità è la connessione di impressioni o idee tramite la facoltà dell' associazione, la quale vale per l'ordine logico e soggiace al principio di non contraddizione, ma non per i "fatti" esperienziali che come criterio veritativo soggiacciono al solo dato esperienziale:

"Tutti i ragionamenti relativi a materie di fatto sembrano fondati sulla relazione di causa ed effetto. (...) Se dunque vogliamo metter capo ad una spiegazione soddisfacente intorno alla natura dell'evidenza che ci assicura dei fatti, dobbiamo ricercare come arriviamo alla conoscenza di causa ed effetto. Oserò affermare come proposizione generale che non ammette eccezioni che la conoscenza di questa relazione non si consegue in nessun caso mediante ragionamenti a priori; ma nasce interamente dall'esperienza quando troviamo che certi particolari oggetto sono costantemente congiunti tra di loro."

"... perciò, possiamo così definire una causa: è un oggetto seguito da un altro oggetto e dove tutti gl'oggetti simili al primo sono seguiti da oggetti simili al secondo. In altre parole: dove, se il primo oggetto non è esistito non è esistito nemmeno il secondo. L'apparire di una causa spinge sempre la mente, con un passaggio che deriva dalla consuetudine, all'idea dell'effetto. Possiamo, dunque, conformemente a questa esperienza , formulare un'altra definizione di causa e chiamarla un oggetto seguito da un altro oggetto ed il cui presentarsi porta sempre il pensiero all'altro oggetto."

Ma in realtà il pensiero opera qui - secondo Hume - arbitrariamente, infatti:

"Ho trovato che quel determinato oggetto è stato sempre seguito a quel determinato effetto; e: Prevedo che altri oggetti che sono, in apparenza, simili saranno seguiti da effetti simili. Io concederò, se vi piace, che l'una proposizione può giustamente venire inferita dall'altra; di fatto so che viene sempre inferita. Ma se voi insistete che l'inferenza è fatta di una catena di ragionamento, io vi prego di mostrare questo ragionamento. La connessione fra queste proposizioni non è intuitiva. Ci vuole un medio, che metta la mente in grado di trarre tale inferenza, se realmente essa vien tratta per mezzo di ragionamento e di argomentazione. Quale sia questo medio oltrepassa la mia comprensione;"

Con il che si dimostra che:

"In una parola dunque ogni effetto è un evento distinto dalla sua  causa. Non potrebbe dunque  venire scoperto nella causa e la prima invenzione o concezione di esso, a priori, deve risultare del tutto arbitraria."

Secondo Hume, insomma, sul principio di causalità si commettono sostanzialmente tre errori:
1) Si considera un principio della realtà esperienziale (mondo) quello che è un principio del soggetto.
2) Si procede riferendosi come criterio veritativo non all'esperienza ma al criterio veritativo logico, ossia al principio di non contraddizione, il quale non è criterio valido per l'esperienza, per la quale conta solo il fatto.
3)  Nel ragionamento logico si omette il termine medio, la conclusione dunque è falsa.
Dalle posizioni di Hume, Kant muoverà la sua "rivoluzione copernicana", ossia l'assunzione che quelli che erano stati sempre tenuti per principi della realtà (mondo) siano invero modalità associative del soggetto: spazio, tempo, causa, sono categorie del soggetto.

francesco latteri
 

Pubblicato il 25/5/2009 alle 21.34 nella rubrica diario.

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