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"Per Gabo"

 

Per "Gabo".



E' grande Gabo:
"Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio."
Le parole sono poche e semplici, ma colgono in profondità, colgono l'essenza delle persone, delle cose, del mondo, delle epoche, dei tempi, della storia, delle civiltà.
Così ne bastano poche di parole, ma in questo modo esse rapiscono uomini e cose, persone, società, al tempo e le collocano in un per sempre che è fuori del tempo.
Ma qui non c'è più il giornalista e lo scrittore, sebbene grande giornalista e grande scrittore, c'è di più, c'è il filosofo: colui che coglie le cose prime, ed è Aristotele a ricordarci che la filosofia è scienza delle cose prime.
Ma queste non si colgono - in realtà - subito, prima si colgono le cose più superficiali, più - apparentemente - banali, più colorite e goliardiche, le cronache del giovane Gabo giornalista vent'enne.
Sono queste però ad aprire un'orizzonte più vasto e profondo.
Già in esse si stagliano due temi di fondo dell'animo umano, non c'è bisogno di scomodare Freud,: amore e morte, eros e tanatos.
Anche qui, come nel grande padre di Vienna, di cui Gabo non è discepolo, essi sono radicalmente intrecciati, anche qui si legano al mito.
Tutto matura o prende coscienza di sé perchè non ha da maturare, è già presente.
Le cronache giornalistiche si approfondiscono, diventano più "importanti", "Dall'Europa e dall'America 1955 - 1960", ma cominciano già a diventare anche racconti, "Dodici racconti raminghi"...
Si coglie ormai l'essenza delle cose, ed è romanzo, e sono tanti, tutti bellissimi:
"Cronaca di una morte annunciata", dove tutti tranne la vittima sanno ciò che sta per accadere, "L'amore ai tempi del colera", ossia della morte, dove cinquant'anni, una vita intera sono spesi per conquistare la più bella ragazza del caribe...
Ciò che è colto è anche l'essenza di un'intera società in una data epoca, che ha fatto quella società e la quale, a sua volta, circolarmente ha fatto l'epoca, e si hanno allora i fantastici "Cent'anni di solitudine".
C'è anche il quando è l'essenza della "Storia" quella che è colta, ed allora abbiamo "Il generale nel suo labirinto" sugl'ultimi mesi di vita di Simòn Bolìvar, "El libertador", ma anche "Le avventure di Miguel Littìn, clandestino in Cile", o il "Taccuino di cinque anni".
Ma qui c'è ormai un'azione che è diversa, perché in essa diviene più esplicita l'interazione, l'influsso che tutto ciò, tacitamente, ha su di lui stesso.
Ci sono cose che non viste entrano in noi e su di noi agiscono.
Un grande filosofo contemporaneo, abbastanza lontano da Gabo, Nietzsche diceva che sono i momenti più silenziosi e non quelli più rumorosi ad essere i più importanti, sono pensieri che giungono silenziosi come le zampe delle colombe quelli che guidano il mondo.
Si ha allora il romanzo più grande, più completo, più profondo, quello che è il proprio: "Vivere por raccontarla".
"Il mio non è un libro di memorie intese in senso cronologico, un racconto che inizia dalla mia nascita biologica per arrivare al giorno della mia nascita vera, quando ho deciso di diventare scrittore. Potrebbero chiamarsi "memorie" se non fosse che i miei romanzi sono già le mie memorie. In realtà è il mio gran libro di narrativa, il romanzo che ho cercato per tutta la vita."
Un romanzo - inutile dirlo - ch'è lui stesso, è la sua essenza, raggiunta in un moto centripeto, dagl'altri, dalle società, dalle epoche, dai mondi, a sé.
Grazie Gabo del tuo viaggio.
francesco latteri

 


 

Pubblicato il 26/5/2009 alle 19.19 nella rubrica diario.

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