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"Ricordi di "prima" Repubblica: ... e quel ch'è stato non è tutto falso e inutile."

 

Ricordi di “prima” Repubblica:
“… e quel ch’è stato non è tutto falso ed inutile…”



Un confronto con la “prima” Repubblica va fatto.
E’ doveroso perché è un confronto con la nostra storia e perciò con noi stessi.
E’ doverosa la serietà.
Non si può cedere a dialettiche manichee, con una metodologia ad imbuto che riduce tutto o ad una o ad un’altra di due sole possibilità: il bianco ed il nero.
E’ serietà e verità ricordare che tra il bianco ed il nero esistono ad esempio infinite sfumature di grigio, esistono inoltre tutti e sette i colori dell’arcobaleno e le loro infinite sfumature.
Il mondo, il nostro mondo e la nostra vita - per fortuna - non hanno solo la forma del bianco e/o del nero.
Un confronto serio non può voler essere a qualunque costo o apologia o incriminazione.
Ho, in particolare in ricordo due immagini, che in qualche modo si innalzano a segno di ciò che era.
Non si tratta di immagini di grandi eventi riportati allora o ricordati oggi dalla TV o dalla stampa.
Sono immagini di due eventi cui presi parte da bambino e da ragazzino, con le valutazioni fanciullesche di allora, riprese dalla valutazione di uomo adulto di oggi.
Ero in classe, la V elementare di uno sperduto paesino della Lucania, il mio maestro era il sindaco del paese.
In qualità di sindaco, era “Democristiano”, aveva imposto un’indagine statistica sul grado di alfabetizzazione dei genitori di noi scolari.
Gente del municipio venne in classe e secondo l’ordine dell’appello ci chiamavano ed ognuno doveva rispondere dichiarando ad alta voce il grado di alfabetizzazione dei propri genitori.
La maggioranza, balbettando vergognata, dovette ammettere l’analfabetismo, pochi una terza o quinta elementare.
Lo stesso evento si ripetè alcuni anni dopo, si era ormai alla scuola media, dello stesso paesino ed il sindaco era - questa volta - un “comunista“, la scuola era stata da poco inaugurata, l’avevano voluta e sostenuta entrambi con i loro schieramenti, era bella e grande.
Allora, sbagliando, con fanciullesca ingenuità pensai: ma guarda che biechi schifosi ad umiliare così pubblicamente la gente.
Oggi, da uomo adulto, non penso più né biechi, e tantomeno schifosi.
Oggi sono pienamente d’accordo con loro.
Ad un certo punto la gente va anche messa di fronte alla verità: “Guardate che siamo noi e la nostra politica a darvi un’istruzione ed una scuola, e senza di noi e della nostra politica voi sareste analfabeti come i vostri genitori…”
Stesso dicasi per la sanità: “Quelli - e cioè la maggioranza - di voi che non potevano permettersi di pagare privatamente un ricovero o le cure di un medico, erano liberi di crepare in mezzo alla strada…”
O per la giustizia: “Quelli - e cioè la maggioranza - che non hanno la possibilità di pagarsi un avvocato e tautomero per mancanza d’istruzione difendersi, sono liberi, anche se innocenti, di andare in galera…”
O per la viabilità, l’elenco potrebbe continuare e sarebbe lungo.
Non si vuole qui un’esaltazione dei meriti, né un’apologia.
Nessuno vuole negare tante giuste, doverose ed anche radicali critiche a ciò che è stato fatto ed a come è stato fatto.
La critica però, anche la più feroce deve avere il fine di costruire, non di abbattere: fratello la scuola, o l’ospedale sono pericolanti, vediamo cosa e come possiamo fare per rimetterla in ordine.
Oggi si assiste alla critica in funzione dell’abbattimento.
Questa, quella e quell’altra scuola - o altro che sia - non va bene, ergo bisogna abbattere la scuola o la sanità pubblica.
Bisogna privatizzare ecco l’unica vera alternativa.
Personalmente, non sono e non sono mai stato contrario all’iniziativa privata.
Sono da sempre contrario - con la “Laborem exercens”- all’innalzamento dell’iniziativa privata a dogma, stesso dicasi nei confronti dello statalismo e di tutti gli ismi in genere.
L’iniziativa privata eretta a dogma porta a quella forma di schiavitù infame che è stato il capitalismo manchesteriano, porta ad un sistema che già nel 1929 è tracollato e che oggi tracolla di nuovo.
Contro questo dogma io porto l’esempio fulgido del grande Enrico Mattei e dell’ENI, quinta multinazionale del mondo.
Sempre su questo dogma porto l’esempio fulgido della privatizzazione della “spazzatura” in Sicilia, con gli stipendi non pagati da mesi, quando non da anni, agli operai, e le montagne di spazzatura che invadono Palermo.
Chi le ha rimosse? L’esercito, cioè lo Stato.
O ancora per “par condicio” mi sposto al nord e cito l’esempio veramente superbo di Callisto Tanzi e della Parmalat.
Decine di migliaia di famiglie defrudate dei risparmi di tutta una vita, e questo carnefice plurassassino della vita economica e civile di decine di migliaia di famiglie bellamente in libertà.
Ma ora il falso in bilancio non è più neanche reato.
Il vero criminale è il delinquentello di strada che scippa la vecchietta della sua borsa che, solo nel caso in cui era appena stata a ritirarla contiene tutt’al più l’importo dell’intera pensione.
Ma qui bisogna mettere le ronde: loro quand’incontrano il “Tanzi” di turno, con la sua gran puzza sotto il naso, sono orgogliosi di essere stati guardati dall’alto in basso da lontano: “hai visto ha anche fatto un cenno di saluto abbassando la testa di due millimetri, pensa: Dio ci ha salutati…”
Come ricambiarlo?
Andando a caccia di qualche disperato/a che per campare è costretto a rubare o a fare la puttana…
E’ così che si difende la Giustizia, che si difende Dio.
Concludo con poche osservazioni:
L’ abrogazione della categoria “reato” per quanto concerne le imposte ed i bilanci è - a rigore - incostituzionale in tutti i Paesi del mondo, lo è per quanto concerne la Comunità e le direttive europee cui l’Italia si è impegnata.
Molte delle cosìddette “pecore nere” della prima Repubblica hanno avuto la serietà ed il senso dell’onore, per vicende, seppur gravi, assai inferiori a quelle di poi, di dimettersi anziché usare il Parlamento per abrogare le leggi, comprese quelle costituzionalmente inabrogabili, che li condannavano.
Per la valutrazione della “prima” Repubblica mi permetto di rifarmi alle parole tratte da una bella canzone di Gianna Nannini: “… e quel ch’è stato non è tutto falso ed inutile…”
Per quanto concerne tanti di coloro i quali stanno a dire e sdire della “prima” Repubblica, per quanto mi riguarda è doveroso constatare che loro che ne sdicono, ai cosìddetti “quelli” della prima Repubblica non sono neppure degni - nella migliore delle ipotesi - di pulire il fondo della suola delle scarpe con la lingua.



Chiudo con una immagine di quello che - seppure con il limite, a volte, di un eccesso di laicità - può essere considerato uno degl’ultimi veri “Padri Spirituali” della Repubblica: Eugenio Scalfari.
francesco latteri.

 

 

 

Pubblicato il 7/6/2009 alle 13.39 nella rubrica società.

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