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"Durrenmatt, i romanzi criminali tra satira, filosofia e realtà: Il giudice e il suo boia."



Gialli - o anche noir - veri con tanta suspence, conditi con satira ed humor piccanti.
E’ questa la connotazione dei romanzi criminali di Durrenmatt.
La trama è sempre avvincente o più che tale.
Ma questa, che insieme ad un periodare agile e fluente, avvince il lettore e spesso lo “incolla” alla lettura è - in realtà - solo l’abito.
Tra le righe irrompe con forza ben altro e ben più grande, anche se spesso celato dalla satira e dall’humor forti fino a rasentare volutamente il grottesco.
Ciò che irrompe con forza è filosofia vera e profonda.
Sono pochi i filosofi veri che riescono a svolgere le tematiche dell’uomo, della vita, della giustizia, della legge, della pena e della loro correlazione con altrettanta finezza ed acume di quanto vi riesca Durrenmatt nei suoi grandi romanzi criminali, celebrati soprattutto - a torto - come “Gialli”.
Così nel celebre “Il giudice e il suo boia” solo apparentemente è magnificata l’ottima capacità investigativa del commissario Barlach.
Il lettore indaga con lui.
Ciò su cui si indaga in realtà, non è però l’indagine in oggetto, bensì il crimine ed il suo rapporto con l’anima umana, che è tanto l’anima di chi lo commette, quanto quella di chi lo subisce e di chi indaga.
Al tempo stesso si indaga sul rapporto tra crimine e pena.
Si giunge così al termine al punto ultimo, non solo dell’indagine, ma della questione filosofica: il giudizio.
Per Durrenmatt per giudicare bisogna conoscere radicalmente.
E qui c’è una grossa difficoltà, messa in luce dal genio del grande Maestro, con il dialogo tra il commissario ed uno scrittore: non sempre realtà ed immagine coincidono, anzi.
Commissario e scrittore s’intrattengono sul crimine e sul suo autore, un grande imprenditore e finanziere, Gastmann, dal dialogo si forma un’immagine.
L’immagine però è per lo scrittore, essa innalza la realtà a simbolo.
Il commissario per essere tale deve necessariamente rifiutarla, deve restare fermo a ciò che la realtà dà: la concretezza delle prove.
Nessuna deduzione o congettura che le superi può essere accettata.
“Sì, ma io - conclude il commissario - ha a che fare con un Gastmann in carne e ossa…”
Si apre poi una circolarità: per Durrenmatt lo spirito si manifesta nell’azione e viceversa l’azione connota lo spirito dell’uomo.
Perciò conoscere radicalmente lo spirito è conoscere l’azione e, viceversa dalla conoscenza radicale dell’azione si conosce radicalmente lo spirito.
Si instaura allora un antagonismo radicale tra il commissario ed il criminale, che è anzitutto confrontazione spirituale.
Si staglia così la figura del vero criminale, che è colui che in piena coscienza disconosce fermamente qualsiasi valore, essa cioè coincide con quella del vero nichilista, il nichilista pratico, che perciò stesso è il vero nichilista spirituale.
E’ il vero nichilista a lanciare la sfida, a porre come vero valore il nichilismo.
Il genio del grande Maestro ci fa però vedere - alla grande - come ciò sia in realtà una posizione ingenua ed aleatoria.
Gastmann infatti non si avvede - insieme a tutti quelli come lui - di cosa questa sua posizione da lui assunta verso gl’altri, significhi per lui una volta che gl’altri l’assumono come propria nei suoi confronti.
E’ lo scacco definitivo che risulta dall’ultimo dialogo tra il criminale ed il commissario:
“Non mi è riuscito di farti condannare per i crimini che hai commesso, adesso perciò ti farò condannare per uno che non hai commesso.”
Gastmann si volse attonito.
“A quest’evenienza non avevo mai pensato - disse - dovrò premunirmi.”
Il commissario tacque.
“Forse sei un ragazzo più pericoloso di quanto pensassi, vecchio”, pensò Gastmann.
L’auto si fermò, erano alla stazione.
“E’ l’ultima volta che parlo con te, Barlach - disse Gastmann - la prossima ti ammazzerò, premesso che tu sopravviva alla tua operazione.”
“Ti sbagli - disse Barlach stando sulla piazza nell’albeggiare, vecchio ed infreddolito - tu non mi ammazzerai. Io sono l’unico che ti conosce, e così sono anche il solo che può giudicarti. Io ti ho giudicato, Gastmann, e ti ho condannato a morte. Tu non sopravviverai a questo giorno. Il boia che io ho prescelto, verrà oggi da te. Egli ti ucciderà, perché questo è ciò che in nome di Dio va fatto.”
(traduzioni mie dall’originale “Der Richter und sein Henker”)
francesco latteri.

Pubblicato il 9/6/2009 alle 17.38 nella rubrica filosofia.

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